Chissà come è venuta in mente a Michel Bussi, premiatissimo giallista d’oltralpe (se non avete letto Ninfee nere, recuperate quanto prima!), l’idea di lanciarsi in un young adult distopico. Seguendo l’ipotesi lanciata dalla nostra Elisa, non è improbabile che N.E.O. La caduta del sole di ferro possa essere figlio di una richiesta esplicita dell’editore francese di Bussi intenzionato a cavalcare il genere del momento potendo mettere sul tavolo (e in copertina) il nome di un autore di richiamo. La buona notizia (non solo per Edizioni E/O che si trovano in casa l’erede dell’Attraversaspecchi) è che l’esperimento può dirsi un successo. 

Come evidenziato dai paragoni (un po’ cialtroni, ammettiamolo) con Il signore delle mosche di Golding fioccati un po’ ovunque, i protagonisti del romanzo sono dei ragazzini, divisi in due bande, che si ritrovano a spartirsi una Parigi spopolata ormai da anni, in cui gli adulti sono spariti e la natura sta, lentamente, mangiando l’asfalto. 

I primi ad entrare in scena sono i ragazzi del tepee, così chiamati dal nome che hanno dato all’enorme torre metallica che ospita il loro accampamento, capitanati dal taciturno Akan e da Mordelia, che molti credono una strega. D’improvviso, per loro, si è aperta – in senso metaforico, ma anche letterale – un’opportunità che non possono lasciarsi scappare, sotto forma di finestra del castello, la base operativa degli Altri, infranta e dunque accessibile. 

La caduta del sole di ferro
La copertina dell’edizione francese de La caduta del sole di ferro.

La finestra rotta che Zyzo, scelto per astuzia e valore, attraversa nottetempo, è come un portale su un’altra civiltà. Se i suoi compagni del Tepee vivono in balia della natura e al contempo in comunione con lei, sfruttando tutte le risorse che la foresta mette a disposizione per sopravvivere, i ragazzi del castello passano le giornate al caldo, muovendosi negli enormi corridoi della struttura, colmi di statue e quadri antichi. 

Tra gli arazzi  e le colonne, chi comanda (re o regina) è scelto per votazione e può dotarsi di un consiglio ristretto durante il suo anno di regno, che potrà trascorrere nella comodità di un alloggio privato che sostituirà temporaneamente la branda solitamente assegnata in uno dei dormitori posti nelle tre ali della struttura. 

La metafora, nemmeno troppo velata, che si disvela attraverso gli occhi di Zyzo, è quella della forbice tra primo e terzo mondo, tra chi nasce già immerso in un mare di possibilità e stimoli, e chi quella situazione è costretto ad osservarla da lontano, sognandola, bramandola o temendola. Il vantaggio di avere al timone un narratore navigato come Bussi, tuttavia, emerge dal mestiere con cui l’allegoria viene gestita, lasciandola scorrere sotterranea al flusso degli eventi, senza mai farsi troppo esplicita da sovrastare il racconto in cerca di attenzione.

Perché N.E.O. La caduta del sole di ferro non sarà un giallo, ma i misteri abbondano comunque, in piena tradizione Bussi. A partire dal motivo per cui il mondo, o quanto meno Parigi, pare ormai essere popolato solo da ragazzini di circa 12 anni fino al luminoso marchingegno che dà il titolo a questo primo capitolo della saga, forse le due sole concessioni alla fantascienza in un romanzo che sfrutta lo slancio del distopico per inserirsi nel solco dell’avventura per ragazzi più classica. 

Bussi ha studiato lo young adult e si vede. Tutti gli elementi costitutivi e immancabili del genere sono presenti ne La caduta del sole di ferro, incluso l’immancabile evento sportivo collettivo dei giochi, il Torneo della Stella, che rappresenta il punto di svolta del volume. Sembra quasi superfluo dirlo, ma la penna di Bussi è fatata nel far avvertire come naturali passaggi che rispondono a uno schema ben preciso di momenti e situazioni che non possono mancare. 

La caduta del sole di ferro
Ecco anche la copertina dell’edizione italiana, pubblicata da Edizioni E/O. La traduzione è di Alberto Bracci Testasecca. 

Mentre segue con leggiadria le tappe obbligate del manuale del perfetto young adult, Bussi racconta del potere immaginifico e creativo delle parole. Il mondo di Zyzo, il ragazzo che da spia del tepee si ritrova ospite obbligato del castello, cambia di colpo mentre nuove parole sovrascrivono le vecchie, il tepee diventa la Torre Eiffel, il castello diventa il Louvre, e vecchio e nuovo mondo vengono saldati tra loro dai nomi di ciò che era e ciò che ora è. 

Nel mondo de La caduta del sole di ferro le parole sono potenti, ben più delle armi, per lo più bandite e primordiali.  Sono le parole che forgiano il mito del Luponero, mitologico essere che nessuno ha mai visto, ma che nei racconti sorveglia la foresta. Sono le parole contenute nei libri, tre e custoditi come tesori, a sancire la leadership di Mordelia tra i ragazzi del tepee. Ed è infine il dialogo e non lo scontro fisico a risolvere l’inevitabile crisi in cui le due fazioni precipitano. 

Sotto lo slancio ottimista di Bussi, che trasforma la sua distopia in un’utopia con buona pace dei paragoni con Il signore delle mosche, cova però la lotta di classe che divide il nostro mondo, ben meno utopico. C’è una disparità insuperabile tra chi è nato al freddo della torre e ha sempre dovuto contare solamente sui propri mezzi, e chi è nato al caldo del museo, coccolato per l’intera infanzia da lezioni, arte e cultura. La lotta tra i primi e i secondi, tra la voglia di rivalsa, o meglio conquista, e il desiderio di difendere a tutti costi un privilegio immeritato, ma tanto comodo, è la storia del mondo. 

La storia di Bussi invece è fatta da sempre di misteri e trame, e se quelli più contingenti, come le misteriose M da cui sbucano le vedette del castello o il motivo per cui Parigi sia popolata solo da dodicenni, trovano quasi tutta risposta nelle 400 pagine abbondanti di questo primo volume della saga, tutti gli altri sono abilmente rimandati agli inevitabili seguiti di questa saga (d’autore). 

Usando come metro di giudizio (più empirico che oggettivo, me ne rendo conto) lo spazio conquistato tra le vetrine e le esposizioni delle librerie, l’accoglienza per il primo volume di N.E.O. è stata buona, ma non paragonabile al travolgente successo de I fidanzati dell’inverno e dei suoi seguiti, diventati rapidamente un fenomeno di massa. La caduta del sole di ferro, tuttavia, è un libro dal richiamo trasversale, che può piacere sia ai ragazzi per l’adesione al canone dello young adult, sia agli adulti per la qualità letteraria e l’autore di richiamo: il fantastico di Edizioni E/O, almeno per un altro po’ insomma, è decisamente in buone mani. 



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Claudio Magistrelli

Pessimista di stampo leopardiano, si fa pervadere da incauto ottimismo al momento di acquistare libri, film e videogiochi che non avrà il tempo di leggere, vedere e giocare. Quando l'ottimismo si rivela ben riposto ne scrive su Players.

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